Portare in vita la tradizione

Nascosti dietro ad un metodo o ad un titolo o prosecutori di una Tradizione?


In ultima analisi le persone scelgono chi sei, non certo le tue qualifiche.


Quando sento di costellazioni “metodo Bert Hellinger” o tarocchi “metodo Jodorowsky” o citazioni usate come fossero un ariete sfondaporte, lo trovo sempre banalizzante: più che stare “sulle spalle dei giganti” mi sembra di vedere professionisti nascosti “dietro la schiena dei giganti”, usando il loro nome per legittimare o, peggio ancora, giustificare il proprio agire.


La domanda che sorge è: quando per un professionista seguire un metodo o un grande personaggio (ma soprattutto usarlo per distinguersi o promuoversi) non è più un tributo o una prosecuzione della tradizione, ma una strategia fondata sulle proprie debolezze, sul fatto di non metterci la faccia?


La risposta breve: basta osservare se la tradizione/immagine altrui/citazioni vengono usate per coprire un senso di disvalore e usate come strumenti di legittimazione (nascondendosi dietro ad un “grande”), oppure se la grandezza altrui viene vissuta come nutrimento e punto di partenza per la propria unicità.


Bisogna riconoscere che il canale, ovvero il terapeuta/facilitatore con la propria esperienza e le proprie ferite, fa SEMPRE la differenza per la trasmissione di un messaggio. Il canale è importante, ricordati che seguendo un metodo accade (come minimo) una traduzione del messaggio ricevuto ed essa può essere più o meno fedele, ma sempre traduzione rimane.


Ognuno ha diritto di presentare il proprio lavoro come gli pare, ma spesso è proprio chi applica pedissequamente un metodo a non essere in grado di cogliere lo spirito di necessità che chiede di manifestare qualcosa di nuovo o di evolvere una strada; la Necessità chiede in primis di onorare il presente, senza operare immediatamente una “vivisezione intellettuale” attraverso schemi passati dei fatti viventi, senza anteporre il passato in modo dogmatico.


Una cosa è usare una struttura per cogliere l’essenziale “ oltre il velo” delle forme, un’altra è incagliarsi in schemi di “come si dovrebbe fare/ come dovrebbe essere” che tolgono energia ad un sentire vivo nell’adesso. La differenza esteriore può apparire davvero labile, ma è un abisso.


Attenzione però a cadere nella polarità opposta! Il metodo, la tradizione, i giganti del passato… Senza di essi saremmo minuscoli , anzi praticamente non potremmo nemmeno esistere come esseri umani, né tantomeno avvalerci di qualche tipo di tecné ( la tecnica e da lì ogni tipo di tecnologia). Immagina quanta energia e tempo sprecati per iniziare da zero ogni volta, immagina il caos. Senza il passato a sostenerci saremmo eternamente acerbi, condannati all’irrilevanza.

Al contempo sono sicuro che se i “giganti” che ammiriamo si fossero fermati ad onorare la tradizione senza prendersi mai la responsabilità di osare, non avremmo le innovazioni che sono stati capaci di portare.


I giganti sono sempre stati dei pionieri.


Non si tratta quindi nemmeno di cadere nel rifiuto di un passato colmo di significato, magari con l’invenzione dell’ennesimo metodo (di cui francamente non sentiamo la mancanza), ma di riconoscere che alla fine offriamo chi siamo, con la nostra vibrazione ed emanazione, con i nostri limiti e la capacità di accogliere l’invisibile di cui siamo capaci. Il metodo serve, dovrebbe essere una giusta struttura, la stanza spaziosa dentro cui celebrare la vita.


I due estremi sono evidenti : la tradizione, la ripetizione di qualcosa che ha una forma solida da una parte, mentre dall’altra l’innovazione, la novità. Non è assolutamente detto che basarsi sulla tradizione significhi portare qualcosa di vetusto mentre portare nuove forme significhi innovare: a volte è proprio il contrario per assurdo!


La tradizione è tradizione proprio perché quando è stata stabilità aveva qualcosa che la rendeva  FUNZIONANTE e quindi degna di essere portata avanti, anche se può perdere pian piano parte del suo messaggio essenziale, come in una sorta di telefono senza fili. L’innovazione, quando accade come moto reattivo, come rifiuto di appartenere a qualcosa di precedente, è sterile e non ha solide basi.


Abbiamo il compito di vivificare la tradizione, di coglierne l’essenza e non di replicarla come stupide macchine o rifiutarla come ragazzini nel pieno della ribellione! Possiamo cogliere il messaggio di chi ci ha preceduti senza riceverlo in modo dogmatico, anzi, portandolo in vita dentro di noi.

 

Condivido una storiella zen che descrive bene la necessità di portare in vita la tradizione.


La storiella zen del gatto e i sermoni fuori dal monastero


C’era una volta, in un monastero Zen arroccato sulle pendici di un monte, un piccolo gatto che amava passare le ore della meditazione tra i monaci. Appena i monaci si disponevano in cerchio per zazen, il gatto entrava nel cortile e cominciava a miagolare forte, saltellando qua e là. Il rumore rompeva il silenzio e distraeva tutti.
Il maestro, con grande pazienza, chiese allora a uno dei discepoli di prendere il gatto e di legarlo a un palo prima delle sessioni, fino a quando il miagolio non si fosse calmato. Per giorni quella fu la pratica: il gatto legato, i monaci in meditazione. Col tempo il miagolio smise di disturbare e tutti proseguirono nella calma.
Quando il vecchio maestro morì, i monaci continuarono a legare il gatto fuori dalla porta ogni volta che dovevano riunirsi. E poi, quando quel gatto invecchiò e morì, ne presero un altro e fecero lo stesso. Dopo anni, la pratica divenne così radicata che uno studioso venuto in visita da lontano scrisse un trattato sul significato spirituale di legare il gatto durante la meditazione, come se fosse un rito sacro indispensabile.
Così, ciò che era nato come una soluzione semplice per ridurre il rumore di un gatto chiassoso divenne un’antica “tradizione”, celebrata e tramandata senza che più nessuno ricordasse il perché fosse cominciata.